La parousía

La prima domenica d’Avvento ci mette davanti una parola che nel tempo cristiano è diventata quasi tecnica: Parousía, tradotta come “venuta”.

Per tre volte il Vangelo di oggi associerá questo sostantivo (parousía – venuta) al “figlio dell’uomo“, nome che Gesù utilizzava per parlare di sé come colui che compie le profezie sul Messia.

La parola parousía nel mondo greco di allora indicava la visita di un’autoritá. Non significava semplicemente la sua venuta, come in modo riduttivo pensiamo, ma anche il suo “stare con“; farsi accanto.

Il sostantivo parousía, quindi, non richiama solo l’arrivo di Cristo alla fine della storia, ma l’esperienza di un Dio che si rende presente, accanto a ciascuno, nella sua storia, proprio ora, mentre la vita segue i suoi ritmi.

Nel testo del Vangelo, Gesù fa riferimento ai giorni di Noè; giorni normali con matrimoni, pasti, progetti. Nessuno si accorge di nulla. Tutto procede. E proprio lì accade l’imprevisto.

Il periodo di Avvento comincia, quindi, ricordando che la presenza di Dio non si manifesta fuori dalla vita, ma dentro di essa, negli interstizi delle nostre giornate. È un richiamo a non perdere ciò che fiorisce appena sotto la superficie, e cogliere la presenza di Gesù nelle pieghe dell’ordinarietà.

Commento all’omelia della I Domenica d’Avvento, del parroco don Michele Fontana.

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